CIAO CARLONE

Paolo Marabini

Carlone se n’è andato stanotte.

Ahimè,  sapevamo che era arrivato al capolinea del suo bel viaggio. Ma speravamo in un colpo di coda, che gli regalasse ancora un po’ di tempo di questo viaggio, che per un certo tratto ho vissuto pure io, da collega più giovane – quasi un figlio, per la carta d’identità – con il privilegio della sua grande stima nei miei riguardi, che spesso manifestava con parole cariche di sentimento, anche una volta che aveva imboccato la via della pensione. E quei complimenti, quelle attenzioni speciali, quegli attestati di stima, mi mettevano un po’ in difficoltà, mi emozionavano pure.  Mi voleva tanto bene Carlone, sì. E mi leggeva con affetto, tutti i giorni, non lesinando appunti, sempre garbatamente, se avevo scritto qualcosa su cui non era d’accordo.

Carlone, all’anagrafe Carlo Gobbi, collega alla redazione Sport Olimpici della Gazzetta, era un uomo d’altri tempi. Un uomo rispettoso, dai modi sempre gentili, con quella vena di ironia tipica della sua terra – l’Emilia Romagna – che a volte era spontanea, ricercata, pertanto arguta e sottile. Altre, invece, era figlia di un suo essere teneramente ingenuo, e arrivava a provocarci reazioni esilaranti: un giorno, promesso, snocciolerò un po’ di aneddoti immortali, che giust’appunto qualche giorno fa abbiamo rievocato in redazione.

Amava visceralmente lo sport, Carlone. Soprattutto certi sport: volley, rugby e judo su tutti. E poi quelle discipline di nicchia che compongono l’arcipelago olimpico ed emergono giusto quella volta ogni 4 anni, se c’è una medaglia a spingerle sopra il livello dell’interesse generale che le sommerge abitualmente, in un Paese (quasi) tutto concentrato su una sola palla e su un grande prato verde.

Già ai suoi tempi si crucciava degli spazi da monolocale o da sottoscala destinati alle sue amate nicchie – fossero l’hockey pista o il tiro a volo – peraltro in un’epoca in cui, sui giornali non ancora travolti dallo tsunami internautico, di spazi per quelle nicchie ce n’erano ancora. Eppure lui ne seguiva sorti, vicende e storie con passione e curiosità esemplari, ammirevoli. Pensate ora, quanto sarebbe forte il suo cruccio. E infatti, da lettore assiduo e attento, soprattutto da uomo Gazzetta sin dentro all’ultima cellula, non lo risparmiava al mio indirizzo.

Mi scriveva, col consueto garbo, addolorato per certe dimenticanze a suo dire inaccettabili. E io a ribadirgli tutte le volte come il cambio dei tempi, così repentino, non lasciasse altra via, a noi superstiti di quei giornali che avevano viaggiato a gonfie vele e che noi avevamo avuto la fortuna di abitare. E ringraziasse il cielo di essersi risparmiato, grazie all’ingresso in pensione giust’appunto nei giorni topici dello tsunami, quella rivoluzione epocale. Ma niente: non se ne dava pace, non se ne voleva farsene una ragione. E me lo scriveva riconoscendomi suo consimile, finanche un suo erede, avendo io nelle mie corde la stessa poliedricità di interessi, la stessa passione e lo stesso DNA rosa che aveva guidato la sua carriera, pur  occupandomi solo occasionalmente delle discipline a lui più care.

Ironia della sorte, ieri sera, poche ore prima che ci lasciasse, dopo quasi 30 anni ero tornato a scrivere di rugby. E mentre lo facevo, a ogni riga mi chiedevo che cosa mi avrebbe detto privatamente l’indomani, cioè oggi. Perché di sicuro lo avrebbe fatto.

Sorrido a questo pensiero, mentre piango la morte di Carlone, che se ne è andato via con il suo meraviglioso carico di rara umanità. E insieme considero quelle poche righe un segno del destino, un testimone, un lascito. Che mi tengo ben stretto.

Ho un solo rimpianto: non essere riuscito a portarlo alla Biblioteca dello Sport Nerio Marabini. Si sarebbe sentito a casa sua. E sì, credo proprio che sarebbe arrivato a versare anche lui una lacrima per quel posto, quintessenza sua e non solo mia.

Ciao Carlone. Alpino fiero. Uomo buono e gentile. I tuoi messaggi li ho tutti qui, nel cuore.

ASPETTANDO
IL GIRO D’ITALIA

Da Dino Zandegù a Gibì Baronchelli, passando da Ennio Vanotti, Attilio Rota e Mirco Gualdi. Cinque protagonisti del ciclismo che fu hanno fatto tappa stamane a Seriate alla Biblioteca dello Sport Nerio Marabini per la presentazione di “Notti Rosa”, il carnet di eventi collaterali in programma nelle località di Roncola e Selvino in occasione della 15esima tappa del prossimo Giro d’Italia, Seregno-Bergamo, che si terrà domenica 21 maggio, a chiusura della seconda settimana della corsa Gazzetta.

Altimetria 15a tappa del Giro d'Italia 2023 - Seregno-Bergamo (21 maggio 2023)

Ricordi, aneddoti, episodi curiosi: i cinque di cui sopra – capaci di sommare 49 partecipazioni e 12 vittorie di tappa al Giro, all’interno di carriere ricche di successi – hanno regalato ai presenti un’ora di piacevolissimo revival, che ha fatto da contorno alla spiegazione di tutto quello che avverrà da qui al 21 maggio in provincia di Bergamo, e in particolare nelle località al culmine di due salite iconiche, che scuoteranno di sicuro la classifica.

A pochi giorni dall’Omaggio a Gimondi, un’altra bella occasione per parlare di sport, e di ciclismo, nella nostra accogliente casa. Una casa aperta a tutti, dove i libri di sport – ormai quasi 4.000 – non sono soltanto uno strumento di cultura, ma anche un filo conduttore che lega generazioni e interessi diversi, oltre che una suggestiva cornice a eventi di qualunque genere.

Più informazioni sugli eventi di Roncola e Selvino:

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Don Andrea Pedretti (parroco di Roncola), Giovanni Bettineschi (presidente comitato organizzatore di tappa), Umberto Rota (assessore al turismo di Roncola)
Marcello Grigis (comitato locale Selvino)
Mirco Gualdi (Ex ciclista) e Paolo Marabini (Giornalista Gazzetta dello Sport)
Ennio Vanotti (Ex ciclista) e Paolo Marabini (Giornalista Gazzetta dello Sport)
Attilio Rota (Ex ciclista) e Paolo Marabini (Giornalista Gazzetta dello Sport)
Gianbattista Baronchelli (Ex ciclista) e Paolo Marabini (Giornalista Gazzetta dello Sport)
Dino Zandegu’ (Ex ciclista) e Paolo Marabini (giornalista Gazzetta dello Sport)

Foto: Michele Maraviglia

 

 

 

 

 

 

 

 

OMAGGIO
A GIMONDI:
BUONA LA PRIMA

Paolo Marabini


Che dire, una bellissima serata, due ore di meravigliosi ricordi dedicati a Felice Gimondi per inaugurare il carnet degli eventi che si succederanno alla neonata Biblioteca dello Sport Nerio Marabini a Seriate.

C’erano Davide Boifava, Gibì Baronchelli, Claudio Corti, Flavio Giupponi, Ivan Gotti, Giuseppe Guerini, Mirco Gualdi, Gianluigi Stanga, Ildo Serantoni e don Mansueto Callioni, ognuno a raccontare un proprio pezzetto di vita in comune con quella del grande campione bergamasco.
Il tutto con il doveroso cappello di Norma, la primogenita di Felice, che ha espresso tutto il proprio orgoglio di figlia e di testimone del grande esempio che è stato il suo papà.
Non è poi mancato qualche momento di commozione, ricordando il biker Dario Acquaroli, lanciato proprio da Gimondi, che è salito in cielo il giorno di Pasqua.
E poi fotografie, immagini video, qualche radiocronaca d’epoca, l’ultima maglia rosa vinta nel 1976…

Un grazie ai 100 partecipanti, soprattutto a Philipp Gatter, arrivato in auto da Stoccarda per partecipare all’evento del suo mito. Un grazie a Federico Bassani, Michele Maraviglia, Silvano Pelucchi e don Andrea Pedretti per la preziosa collaborazione. Ma comunque a tutti, che hanno onorato con la loro presenza la memoria anche di Nerio Marabini, colui che scrisse della prima vittoria di Gimondi da allievo, nel 1960, e al quale è intitolata la biblioteca.

 

Norma Gimondi
“Per me Felice Gimondi è sempre stato un papà, prima che un campione di ciclismo. Soprattutto è stato un faro, un modello, un esempio da imitare. Per le sue straordinarie qualità umane. Era un uomo buono. Un uomo tutto d’un pezzo, che faceva dell’etica del lavoro il suo credo. Mi ha insegnato a non mollare mai, a rialzarmi dopo ogni caduta. E ho adorato l’amore che ha sempre nutrito nei confronti di mia madre, sino all’ultimo dei suoi giorni. Il rapporto che c’era tra loro due era qualcosa di meraviglioso”.

 

Beppe Guerini
“Ero ancora molto piccolo quando Gimondi correva, per cui ho ricordi molto vaghi delle sue imprese sportive. Però ricordo benissimo cosa succedeva quando arrivava lui nel dopocorsa di qualche gara o in occasione di eventi pubblici. La gente lo prendeva d’assalto, attirava più lui da ex che noi corridori, protagonisti del momento. E lì capivi meglio la sua grandezza e la portata delle sue vittorie”.

 

Mirco Gualdi
“Gimondi aveva un carisma incredibile, ti metteva quasi in soggezione tanto era carismatico. Quando ho lavorato in Bianchi, succedeva che lui arrivasse in azienda e per noi tutti, in ufficio, era come trovarci davanti a un monumento. Aveva una sorta di scia magnetica che lo accompagnava. Usava poche parole. Ma nessuna era sprecata”.

 

Flavio Giupponi
“Sono uno dei tanti ragazzini bergamaschi che si sono avvicinati al ciclismo grazie ai successi di Gimondi. Per noi era un idolo. E ha segnato la mia carriera anche per un altro motivo. A un certo punto la mia bicicletta era diventata inadeguata, ma i miei genitori non potevano permettersi di comprarmene una nuova. Fu proprio Felice a procurarmela, se non ricordo male era una Chiorda.
Sognavo di vincere il Giro d’Italia come era riuscito a lui. Avrei potuto farcela nell’89, ma annullarono la tappa che arrivava a Santa Caterina Valfurva e mi fu tolta una grande occasione per recuperare il distacco che avevo da Fignon. Non l’ho mai digerita”.

 

Ivan Gotti
“Immaginate cosa poteva significare per un ragazzo di San Pellegrino essere nato a pochi chilometri da Sedrina, il paese di un campione come Felice… E poi io ho iniziato a correre nell’US Paladina, la squadra del paese dove Felice era andato a vivere. Uscivo in bici e lo vedevo così spesso… bastava quello e le mie forze si moltiplicavano. È stato per me una grande fonte di ispirazione. Non ci avevo mai fatto caso che ho vinto il mio primo Giro nel 1997, cioè a 30 anni dal primo trionfo rosa di Gimondi. E il secondo nel ‘99, a 30 anni dal suo secondo. E che ho indossato la maglia gialla nel ‘95, a 30 anni dal suo Tour…”.

 

Claudio Corti
“Sì, Felice mi aveva cercato, per andare con lui alla Bianchi. Sarebbe stato il suo ultimo anno tra i pro’, e il mio primo. Avevo vinto 22 corse tra i dilettanti, ero il campione del mondo… mi lasciai tentare dall’offerta di un’altra squadra. Sbagliai, ma Felice non mi ha fatto mai pesare quel no.
A scuola avevo come professore di educazione fisica il mitico Alfredo Calligaris, che aveva seguito a lungo Gimondi. Ricordo che un giorno, per stimolarmi, mi disse: ‘In vista della Roubaix, facevo allenare Felice sui rulli sotto la doccia’. Bah, non so se fosse vero…”.

 

Davide Boifava
“Io c’ero in quel Giro del ‘69, quello dell’espulsione dalla corsa di Eddy Merckx a Savona per doping. Come noto, l’indomani Felice si rifiutò di partire da Savona con la maglia rosa, perché non gli apparteneva, era di Eddy. Questo vi dice tutto dello spessore morale di Felice.
Era un fenomeno, io dico sempre che nel secondo dopoguerra ci sono stati quattro fuoriclasse: Merckx, Hinault, Coppi e Bartali. Ma Gimondi veniva subito dopo.
Nel 1972 mi volle per correre insieme a lui il trofeo Baracchi. Fu per me un grande privilegio, un attestato di stima che non ho mai dimenticato. Finimmo secondi. Per forza, vinse Merckx, insieme a Swaert”.

 

Gianbattista Baronchelli
“Sì, quel giorno al Giro ‘76 ci tenevo molto a vincere a Bergamo, ma prima di lanciare la volata Felice spostò un po’ il gomito. Intendiamoci, nulla di davvero proibito, di evidente irregolarità. Ma fu sufficiente per farmi perdere l’attimo giusto. Diciamo malizia contro inesperienza. Forse avrei dovuto correre anche io un po’ in pista.
Felice? È stato un esempio per tutti noi che siamo venuti dopo. Una volta, nel ‘77, ero furibondo con Moser, e lui mi fermò giusto in tempo. Ero già pronto a scendere dalla bici per mettere le mani addosso a Francesco… Ci pensò lui a fare da paciere. Gliene sono ancora grato”.

CIAO PAT

Paolo Marabini

Hanno trovato il suo corpo in casa, probabilmente morto sette mesi prima. Che fine triste, potremmo dire. Anche se poi le fini sono tutte tristi. Del resto, Pat – all’anagrafe Pier Attilio Trivulzio – aveva speso tutti i suoi 83 anni di vita da uomo sostanzialmente solitario. Oltre che libero.

Ai tempi eccitanti e per me assai formativi di Bergamo Oggi – i ruggenti anni Novanta – Pat fu a lungo mio compagno di banco nella redazione sportiva, tra quelle quattro mura anguste ma che trasudavano entusiasmo e operosità. Era un compagno decisamente spassoso, oltre che un cronista scrupoloso e appassionato. I motori, automobilismo soprattutto, erano il suo pane. E siccome viveva di collaborazioni – un’assunzione sarebbe stata l’antitesi della sua scelta di essere un uomo libero – sgobbava come un matto, per mettere insieme ogni mese una specie di stipendio.

Corrispondente quasi quotidiano per l’Ansa su tutto ciò che riguardava l’autodromo di Monza, scriveva per un sacco di giornali, saltando dalla Formula 1 ai kart, dalle pagine di utenza alla MotoGP, anche se ai tempi non si chiamava ancora così. Era tutto fuorché ambizioso e schizzinoso, il buon Pat. Fosse il Corsera o Latina Oggi, per lui era lo stesso. Fosse un trionfo dell’amato Ayrton Senna o un rally in una landa sconosciuta, per lui era lo stesso.
Spesso pranzavo con lui, in qualche trattoria per muratori dove spendevamo le classiche “diecimila lire pranzo completo”: io giovane con pochi soldi in tasca, lui sempre strapiantato, non potevamo permetterci di più. Un sacco di aneddoti mi rievocano la sua figura. E due, in particolare, la legano a quella di un altro collega che, ahimè, non è più tra noi. Ennio Arengi, la cui ironia toccava livelli spesso imbattibili, coniò per lui un meraviglioso nickname: Pistone.

E un giorno gli giocò un tiro mancino. In coda a una pagina di motori curata interamente dal buon Pat detto Pistone, sostituì per scherzo la dicitura “Pagina a cura di Pier Attilio Trivulzio” con una esilarante “Pagina a cura del Valente Pierino”. Lezione numero 1 in chi lavora nei giornali: mai scrivere stronzate in spazi vuoti pur sapendo che poi entrerà la parola o la frase corretta, perché la buccia di banana prima o poi ti si infila sotto il piede. E infatti Ennio si dimenticò di correggere, così l’indomani i lettori si chiesero chi fosse mai questo Valente Pierino. Fu l’unica volta in cui vidi Pat detto Pistone perdere realmente le staffe.

Sempre l’impareggiabile Ennio amava anche prenderlo di mira quando, al telefono, Pat detto Pistone dettava ai dimafonisti dell’Ansa i suoi pezzi. Non appena attaccava con il classico inizio “Monza trattino”, Ennio passava vicino al telefono e simulava a gran voce il rumore di un’auto. Inevitabile la risata generale, con Pat detto Pistone che doveva interrompersi e scusarsi con il dimafonista in questione.
Età indecifrabile, era un tipo decisamente stravagante. Spesso, avendo mille pezzi da scrivere, tirava tardissimo e così dormiva poche ore, rannicchiato in qualche modo, su un divanetto che c’era all’ingresso del giornale, per poi svegliarsi prima dell’arrivo alle 8 di mattina del solerte e puntualissimo centralinista, il mitico Signor Corti.

Non sapevamo nulla della sua vita privata, ma è molto facile che ai tempi – visto che usava anche l’indirizzo del giornale come recapito per tutta la sua corrispondenza – non avesse una vera e propria fissa dimora, per cui quel divanetto gli faceva gran comodo.

Un giorno arrivò in redazione accompagnato da una giovanissima sventola bionda e ce la presentò come se lui fosse una sorta di suo pigmalione. “Lei è Federica, farà carriera”. Era Federica Panicucci e, in effetti, ci prese.

Ma l’episodio che mi ricorda più di ogni altro Pat detto Pistone risale al Primo maggio 1994: il giorno della morte di Ayrton Senna. Lui era a Imola, al servizio delle solite svariate testate per cui collaborava. E l’indomani sparì letteralmente dalla circolazione.
I primi giorni non facemmo caso alla sua assenza, e nemmeno ci allarmammo se non rispondeva al telefono. Ma poi, trascorse un po’ di settimane, cominciammo a preoccuparci. Scoprimmo, in seguito, che Senna era per lui una sorta di mito e quella tragedia lo aveva prostrato. Ma arrivammo a pensare che Pat detto Pistone fosse morto. Al giornale arrivavano lettere, raccomandate, fatture e bollette da pagare, finanche gli assegni di alcune sue collaborazioni. E quando lo cercavano al telefono, noi non sapevamo cosa rispondere. Insomma, tergiversavamo, depistavamo.
Poi un giorno – era passato quasi un anno e mezzo – comparve improvvisamente. Come se nulla fosse successo, si affacciò alla porta della redazione: “Buongiorno, dove posso sedermi?”. Ecco, immaginatevi la nostra faccia.

Sfortuna volle che, di lì a poche settimane, “Bergamo Oggi” chiuse i battenti. Le strade di un po’ tutta quella meravigliosa Armata Brancaleone si separarono. Qualcuna si ricongiunse, qualcun’altra no. Pat detto Pistone sparì di nuovo. Anni dopo, quando già da un bel po’ lavoravo alla Gazzetta dello Sport – sarà stato una quindicina d’anni fa – lo intercettai in una telefonata con un collega della redazione motori. Lo salutai con la sorpresa tipica di chi non si sente qualcuno da tanto tempo. E lui, alla sua maniera, replicò come se invece ci fossimo salutati il giorno prima.

Ciao Pat detto Pistone. Ma anche Valente Pierino non era male. E salutaci Ennio: vedrai che anche lassù te ne combinerà qualcuna.

FOSBURY, L’EDISON DELLE PEDANE

Paolo Marabini

Quel salto fu come l’invenzione della lampadina: una rivoluzione. Aveva 16 anni, Richard Douglas “Dick” Fosbury, quando in una gara scolastica presentò per la prima volta un embrione del suo personalissimo stile. Cinque anni più tardi, ai Giochi di Città del Messico, tutto il mondo lo vide in tv. E il salto in alto, da quel momento, non fu più lo stesso. Gli bastarono una gara, una vittoria e quella primizia davanti agli 80.000 spettatori dell’Estadio Olimpico per entrare nella storia dello sport. Una volta conquistato l’oro a cinque cerchi, sparì infatti nel breve volgere di un paio d’anni, lasciando in eredità alle future generazioni quel suo gesto atletico, che sarebbe diventato di lì a poco l’esclusivo marchio di fabbrica della specialità.

Tutto era cominciato dieci anni prima a Medford, Oregon meridionale, a pochi chilometri dal confine con la California. Dick praticava diversi sport, ma appena a scuola conobbe il salto in alto, ne rimase stregato e vi ci cominciò a dedicare anima e corpo. Saltava con lo stile “a forbice”, perché gli veniva più naturale. Tuttavia l’allenatore del liceo, Dean Benson, gli fece capire che continuando così avrebbe limitato parecchio le proprie ambizioni. Allora, a 15 anni, passò allo “straddle”, cioè il valicamento ventrale, in auge all’epoca un po’ ovunque, dopo che il californiano George Horine ne aveva gettato il seme nel 1912, con la nascita del “western roll”, prima che l’altro statunitense Les Steers lo perfezionasse 29 anni più tardi.

Con il ventrale, Fosbury impiegò un anno per arrivare a fatica a 1.63, cioè la misura raggiunta con l’altro stile, mentre i migliori coetanei del Paese erano già a 1.78. Era un po’ mortificato. E non mancò di dirlo a Benson, che a quel punto gli concesse la facoltà di scegliere. Nel maggio 1963, Dick prese parte a un meeting statale e cominciò la gara saltando a forbice. Superato l’1.63, cioè il primato personale, fu molto combattuto se continuare così oppure provare il ventrale.
Ci pensò un attimo, poi convenne che doveva inventarsi qualcosa di nuovo se voleva superare la misura successiva, 1.68. Improvvisò: al momento dello stacco alzò i fianchi, le spalle ruotarono all’indietro e, così facendo, andò oltre l’asticella con relativa facilità. Ripetè quel gesto anche a 1.73, poi a 1.78. Alla fine, archiviò la gara al terzo posto, con un progresso di 15 centimetri in un colpo solo.

Gli era venuto naturale saltare in quel modo inusuale e perciò decise di insistere su quella strada. Il suo era uno stile talmente innovativo che mandò in crisi il suo allenatore: Benson non sapeva come comportarsi per dare al suo allievo nuove istruzioni. In maniera del tutto empirica, a ogni gara Dick modificò qualcosa della sua tecnica. Sino a che, nel 1965, superò per la prima volta i 2 metri e raggiunse l’impostazione pressoché ideale. In sostanza, dopo una rincorsa arcuata, affrontava l’asticella di spalle e la superava con la testa in avanti e la schiena inarcata rivolata al suolo: il vantaggio consisteva nel tenere più basso il baricentro del corpo.

Anche il nuovo tecnico al college, Bernie Wagner, provò a riportalo al ventrale, ma dopo pochi mesi si arrese all’evidenza quando Dick salì a 2.10 e migliorò il record dell’Oregon State University, preludio alla stagione d’oro successiva: era inutile insistere, imporgli lo stile ritenuto ortodosso, se il ragazzo si trovava meglio e saltava più in alto facendo a modo suo. Il 1960 cominciò nel migliore dei modi: il 16 febbraio, a Louisville, con quello che qualcuno aveva battezzato “back layout”, Dick superò 2.16. Il 15 giugno fece ancora meglio, vincendo a Berkeley i campionati universitari con 2.19. E, due settimane più tardi, a Los Angeles, vinse con 2.16 i Trials Usa per i Giochi olimpici di Città del Messico.

La gara fu però ripetuta, perché gli esclusi dai Giochi protestarono in quanto erano state cambiate le regole di selezione. Ma anche nella replica, il 16 settembre a South Lake Tahoe, Fosbury fu il migliore, portandosi addirittura a 2.21 e candidando fortemente il proprio nome per il podio olimpico. Per la verità gli Usa puntavano soprattutto su Ed Caruthers ed erano ancora scettici nei confronti del “sacrilego” ragazzo dell’Oregon che saltava in quel modo strano.

Il 20 ottobre ci fu la resa dei conti e Dick, sin dal primo salto, stregò il mondo, ancora stordito dal fantascientifico 8.90 di Bob Beamon nel salto in lungo, realizzato appena due giorni prima. A pochi, se non agli addetti ai lavori, era giunta voce che un biondo americano aveva stravolto i canoni della specialità. E tra questi era forte la curiosità di vedere dal vivo cosa mai avesse di speciale quello stile rivoluzionario. Fosbury entrò in gara a 2.03 e subito gli “oh” di stupore echeggiarono nell’Estadio Olimpico. Superò al primo tentativo anche 2.09, poi 2.14, 2.18, 2.20.

E la meraviglia generale crebbe di salto in salto.

A 2.22 rimasero in gara in tre: Fosbury, Caruthers e il sovietico Gavrilov. Ma nonostante avesse ormai una medaglia al collo, Dick non era sazio. Nell’occasione più importante voleva stupire sino in fondo, imporre il suo “black layout” con una vittoria pesante. E così fece. Superò anche 2.22 e si portò in vantaggio, poi a 2.24 Caruthers e Gavrilov fallirono mentre lui, al terzo tentativo, passò anche quell’altezza che mai aveva superato prima.

I 2.29 del record mondiale (nel 1963 il sovietico Valery Brumel era arrivato a 2.28) erano ancora prematuri. Tuttavia Dick li tentò ugualmente, per soddisfare l’attesa di quegli 80mila sugli spalti – oltre che i milioni di telespettatori – peraltro già soddisfatti di aver assistito a quella pietra miliare nella storia del salto in alto. E anche per cominciare ad annusare l’aria di quella misura straordinaria, alla quale avrebbe potuto dare la caccia l’anno dopo.

Ma come velocemente aveva fatto irruzione dalle parti del tetto del mondo, altrettanto alla svelta sparì dalla circolazione. Appagato dall’oro olimpico, il risultato massimo a cui potesse ambire un atleta, e forse anche spossato dall’overdose di attenzioni che il suo salto – nel frattempo ribattezzato “Fosbury Flop” – aveva provocato in tutto il mondo, Dick discese a misure modeste. E due anni dopo la stupefacente prodezza messicana divenne praticamente un ex atleta, con in tasca una laurea e, davanti a sé, una brillante carriera come ingegnere.

Il suo stile impiegò qualche anno a prendere piede e a soppiantare del tutto lo “straddle”. La tv ebbe l’effetto di propagarlo ovunque. E sebbene i puristi, soprattutto in Europe, nel frenassero la diffusione, continuando a divulgare in pedana il verbo del valicamento ventrale, le nuove generazioni di saltatori si convertirono via via al “Fosbury Flop”.

La diffusione del nuovo stile non vacillò nemmeno quando il giovanissimo sovietico Vladimir Yaschenko, a soli 19 anni, nel 1978 riportò in auge il ventrale elevando il primato mondiale a 2.35. Il dado ormai era tratto: ai Giochi di Mosca 1980, 13 dei 16 finalisti saltarono con il “Fosbury Flop”. E di lì a poco lo “straddle” sparì dalle pedane. Per sempre.

Memoriale a Dick Fosbury nella Oregon State University